PhotoReportage: natìo borgo selvaggio

di Alessandro Borgogno

Un’emozione perduta… o ritrovata?

di Stefano Nuvola

Oggi, dopo molto tempo, sono stato a ritirare presso il mio laboratorio di stampa un rullino fotografico che avevo portato a sviluppare.

Lungo la strada mi sono rivenute in mente le volte in cui si andava a ritirare le fotografie con la speranza che fossero “venute bene”, e infatti era questa la domanda o l’affermazione che si faceva quasi sempre al momento del ritiro. “Speriamo siano venute bene” era ciò che si pensava e si diceva prima di chiedere ogni altra cosa, compreso il prezzo di sviluppo e stampa.

Negli ultimi anni il tempo di attesa per il ritiro di un rullino portato a sviluppare ed a stampare era sceso a pochi giorni, a volte poche ore, contro la settimana e più di anni precedenti. Infatti in tutto il paese si era sviluppato un fiorente e veloce servizio di ritiro, sviluppo, stampa e consegna che veniva effettuato con pulmini attrezzati e  corrieri. A volte, anzi spesso, i laboratori di sviluppo potevano essere ubicati anche in regioni diverse dalla propria.

L’avvento del digitale, fino alla possibilità di stampare addirittura in casa, ha pressoché ucciso e demolito tutto questo, emozioni comprese.

Non sono contro il progresso, né contro il digitale, ma l’emozione che provavo sempre al ritiro, anche se spesso in negativo, è ormai scomparsa. Non del tutto però, in effetti è chiusa in un cassetto e infatti, come oggi, ho potuto riaprirlo.

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Proviamo adesso a fare un salto indietro nel tempo, quando ancora la fotografia digitale non era neanche un idea.

Situazione tipo: fine settimana di vacanza/gita fuori porta.

La prima cosa da fare era acquistare uno o più rullini fotografici; controllare le previsioni meteo perché in base alla luce a disposizione occorreva valutare l’ISO delle pellicole. E se ci avanzavano dei rullini andavano conservati in frigorifero affinché l’emulsione non si rovinasse con il caldo.

I rullini potevano essere da 24 oppure 36 pose ed il loro uso andava ponderato e controllato. Solo con il caricamento della macchina fotografica si consumavano uno o due pose per poter essere sicuri che il rullino fosse adeguatamente inserito. A volte, non così raramente, i meno esperti non si accorgevano che la pellicola non aveva fatto presa nel suo alloggio e tutti gli scatti andavano a vuoto.

Oggi con il digitale 36 scatti sono nulla rispetto alle potenzialità della macchina, un tempo invece prima di scattare andava controllata bene la composizione e la luce (e quindi tempi e diaframma).

Il lunedì seguente si portavano i rullini a sviluppare nei photolab e dopo una settimana circa si poteva vedere il risultato del nostro lavoro fotografico.

Le fotografie erano degli oggetti fisici e concreti, si potevano passare di mano in mano e le più belle finivano in un album che faceva bella mostra di sé nel tavolino del salotto e veniva mostrato ad amici e parenti.

E pensare che solo nel 2003 le vendite delle macchine digitali hanno superato quelle analogiche e nel 2005 la fabbrica della Kodak era ancora fra le multinazionali che, nelle classifiche, superavano la Apple!

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L’immagine raccontata: Guernica. Le scuole, pubbliche.

di Alessandro Borgogno

Ci sono casi in cui le foto chiedono di essere raccontate, indipendentemente da quanto siano belle o meno belle, per ciò che mettono insieme in una inquadratura, e anche per ciò che non si vede ma c’è.