Seguendo i maestri: Walter Bonatti, il piccolo uomo dei grandi spazi

di Alessandro Borgogno

Per parlare anche solo in modo essenziale di Walter Bonatti (Bergamo, 22 giugno 1930 – Roma, 13 settembre 2011) servirebbero molti libri, almeno uno per ciascuna delle sue attività (alpinista, esploratore, fotografo, scrittore) in ognuna delle quali è riuscito a raggiungere livelli di eccellenza e uno stile personale inimitabile.

Della sua vita e delle sue imprese ho già avuto modo di dire la mia tempo fa in questo articolo, scritto nella dolorosa occasione della sua scomparsa. Poi per fortuna ci sono i suoi libri a narrarla nel miglior modo possibile.

Quello che invece interessa raccontare meglio in questa sede riguarda, naturalmente, la sua straordinaria attività di fotografo.

Fin dalle sue prime ascese Walter Bonatti iniziò a portare nel suo famoso zaino (30 kg di bagaglio contenente l’indispensabile per le sue imprese alpinistiche) una macchina fotografica, una primordiale Voigtländer prima e una Ferrania Condoretta poi.

La sua natura era quella di alpinista in solitaria, e documentare le sue imprese, oltre che per il piacere di fissare momenti unici, era anche una necessità.

La fotografia gli era indispensabile anche per preparare le sue scalate. Fotografava le pareti di roccia che avrebbe dovuto affrontare e così, oltre che con la lunga osservazione dal vivo, poteva studiarle ulteriormente, con la dovuta calma, per identificare appigli, ipotizzare passaggi, disegnare traiettorie. Il suo stile di scalata è ancora oggi storicamente ricordato per la sua fantasia, la sua eleganza formale e il forte spirito di immaginazione che lo portava a trovare strade percorribili dove altri non riuscivano a vederle. Penso che il suo sguardo fotografico fosse proprio uno degli strumenti che gli permetteva di andare oltre.

Ma Bonatti, chiusa la sua carriera di alpinista estremo con la formidabile tripla impresa del Cervino (prima scalata della parete nord in solitaria, in inverno e per una nuova via), divenne uno dei più grandi esploratori di “mondi perduti” che abbiamo mai avuto la fortuna di avere. Di sicuro il più grande del secolo appena passato.

1081Come corrispondente del settimanale “Epoca” si avventurò, sempre da solo, nei luoghi più remoti e più impervi del pianeta, raccontando le sue esperienze in alcuni magnifici articoli divenuti poi libri, ma soprattutto documentandone la bellezza e l’immensità attraverso meravigliosi reportage fotografici (aggiornò naturalmente la sua attrezzatura, eravamo negli anni settanta, e passò ad usare più moderne Olympus e Nikon).

Recentemente è stato reso giusto omaggio al Bonatti fotografo con una bella mostra (a Roma è stata allestita all’Auditorium), e se si dovesse riassumere in una immagine simbolica la sua carriera di fotografo ed esploratore (inscindibili una dall’altra) probabilmente sarebbe: un piccolo uomo in immensi spazi.

La tecnica fotografica di Bonatti, sempre essenziale e mai forzata perché il suo unico scopo era far parlare i luoghi che ritraeva, raggiunse livelli straordinari in una particolare forma: l’autoscatto.

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Era infatti per lui indispensabile non soltanto ritrarre i panorami e gli ambienti, ma ritrarre anche se stesso in quegli ambienti.

In questo modo non soltanto documentava la sua impresa, ma rendeva evidente a tutti coloro che attendevano i suoi reportage, sognando attraverso le sue imprese la natura incontaminata e l’avventura, la vastità degli spazi percorsi, le proporzioni delle montagne, delle vallate, dei ghiacciai, delle foreste e delle scogliere che ritraeva.

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Compiendo le sue esplorazioni da solo, inventò mille tecniche per riuscire a realizzare i suoi scatti come li aveva immaginati. Le inevitabili polemiche (come molti grandi uomini dovette sempre combattere contro l’invidia e la malafede) lo costrinsero ad un certo punto a rivelare nel dettaglio i suoi “segreti”, perché non si continuasse a insinuare che le sue esplorazioni non erano così solitarie come raccontava. In pratica ci si chiedeva “chi è con lui che lo fotografa mentre è piccolo e lontano in mezzo alle dune del deserto o in mezzo alle rapide di un fiume o mentre è aggrappato ad una roccia su uno strapiombo?

Risposta: nessuno.

Bonatti si fotografava da se. Aveva messo a punto una serie di tecniche e strumenti, soprattutto uno scatto flessibile molto lungo (siamo in tempi di tecnologia ancora rudimentale per i comandi a distanza) che con minuzia faceva passare sotto la sabbia, fra le rocce, sopra gli alberi, per poi scattare la foto con una mano nascosta, o con il piede, o in altri modi ancora più fantasiosi.

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Confesso pubblicamente che tanti anni fa, apprestandomi a trascorrere una notte in sacco a pelo nel cratere di un vulcano in Indonesia, mi scattai questa foto proprio pensando a lui. Non certo per illudermi di imitarlo, ma piuttosto come citazione (come quando si cita uno scrittore in un libro o un regista in un film) e per l’indubbia goduria di farmi un’autoscatto alla Bonatti.

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Ma al di là della straordinaria inventiva per la preparazione dello scatto, ciò che poi continua a colpire delle sue foto è il rispetto per la natura che sembra fuoriuscire da ogni immagine. Una contemplazione quasi sacrale della bellezza e dell’infinito ritratta con la stessa cura e lo stesso sentimento d’amore sia che si trattasse di paesaggi rilassanti sia di violenti vulcani in eruzione.

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Le sue foto sono ancora oggi una enciclopedia mozzafiato delle meraviglie del nostro pianeta e un romanzo inesauribile su quale dovrebbe essere il vero rapporto dell’uomo con la natura.

Oggi si usa spesso dire che il fotografo deve “pulire la scena” prima dello scatto. La pulizia delle foto di Bonatti era assoluta, perché il suo processo di ricerca era inverso. Lui non puliva la scena, lui cercava in ogni angolo del mondo scene che fossero già pulite (o che lo fossero ancora), che avessero proprio nella “pulizia”, cioè nel loro essere incontaminate, la loro essenza.

Considerando che in molti casi purtroppo i luoghi da lui esplorati (e spesso scoperti) non sono più così puri e integri, il lavoro di Walter Bonatti fotografo rappresenta per noi e per le future generazioni un patrimonio inestimabile che documenta al tempo stesso la bellezza del pianeta e la passione di un uomo per quella bellezza.

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